Liste d’attesa, controlli sulle ricette dei medici di base: «Scaricano le colpe su di noi»

COMUNANZA - La denuncia della dottoressa Luana Liberati, sul campo dal 1990, che pone l'accento sulla lettera di "richiamo" ricevuta. Nel mirino del Comitato di Appropriatezza Prescrittiva, i codici di priorità assegnati dalla professionista ad esami e visite, alcuni addirittura di controllo per pazienti che quindi dovevano essere già inseriti nelle agende aziendali di "presa in carico" 
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Per abbattere le liste di attesa nelle Marche, come altrove, nel mirino dei vertici della sanità regionale — e quindi locale — sono finite anche le visite e gli esami specialistici richiesti dai medici di medicina generale e i relativi codici di priorità.

 

A marzo 2025, con apposita determina, presso l’Ast Picena è stato istituito il Comitato di Appropriatezza Prescrittiva, un organismo interno all’azienda sanitaria che opera, si legge nella determina, “sulla base delle indicazioni normative nazionali e regionali, quali ad esempio il Manuale Rao (Raggruppamenti di attesa omogenea), redatto da Agenas e contenente i criteri clinici per l’accesso appropriato e prioritario alle prestazioni specialistiche ambulatoriali”.

 

Sono quindi state controllate le prescrizioni di alcuni medici e, per qualcuno di loro, è partita una lettera con tanto di elenco di quelle considerate “anomale” rispetto ai criteri presi in considerazione, con esplicita richiesta di rivalutare le anomalie stesse e con il chiaro avviso che l’operato del medico sarà monitorato con cadenza mensile.

 

Uno “schiaffo” alla professionalità e agli anni di dedizione al lavoro per la dottoressa Luana Liberati, che ha ricevuto una di queste missive lo scorso 30 aprile.

 

Liberati, 68 anni, è medico di medicina generale a Comunanza dal 1990: una vita intera dedicata, con abnegazione, agli utenti dell’entroterra montano.

 

«Non è scoraggiando i medici attraverso iniziative di questo tipo che si risolve il problema delle liste d’attesa», tuona la dottoressa.

Le prescrizioni contestate riguardano la priorità attribuita per l’accesso a esami e visite. In tutto si tratta di 65 prescrizioni, un numero esiguo se proporzionato alle migliaia di ricette emesse dalla professionista, che — sottolinea — ha raggiunto il massimo della capienza di assistiti.

Sono stati esaminati — facendo leva anche su una presunta violazione del codice deontologico — i codici di priorità relativi a due accertamenti senologici in classe U (urgente, entro 24-72 ore), due visite oculistiche in classe B (breve, entro 10 giorni), un’elettromiografia in classe D (differibile, entro 30 giorni per le visite ed entro 60 per gli accertamenti diagnostici) e 60 visite oculistiche, sempre in classe D.

 

Non si è fatta attendere la risposta della professionista, che ha interessato anche l’Ordine dei medici: «A parte il fatto che solo l’Ordine dei medici può definire se un comportamento violi o meno la deontologia professionale, e non le indicazioni del Rao, proprio le prescrizioni contestate sono espressione dei doveri del medico, perché fondate sulla tutela della salute, sulla continuità assistenziale, sulla presa in carico dei pazienti fragili e sull’autonomia del giudizio clinico. Tra le prescrizioni segnalate ci sono esami mammografici per noduli di nuova comparsa. Sì, erano urgenti. L’elettromiografia aveva priorità D, coerente con le indicazioni Rao».

 

Ci sono poi le 60 visite oculistiche prescritte in classe D, che secondo la dottoressa riguardano in larga parte prestazioni di follow-up, cioè controlli di pazienti già inseriti in percorsi specialistici e non primi accessi.

«Le keyword del Rao richiamate dall’Azienda sono costruite soprattutto per valutare il primo accesso alle visite specialistiche, non i controlli successivi di pazienti già presi in carico. Piuttosto, i pazienti già seguiti dagli specialisti avrebbero dovuto essere richiamati attraverso le agende aziendali di presa in carico. Il fatto che siano tornati dal medico di famiglia per ottenere una nuova prescrizione dimostrerebbe un malfunzionamento del sistema organizzativo: in assenza di una convocazione nei tempi clinicamente utili, il medico di base si è trovato a intervenire per evitare interruzioni nel percorso di cura».

 

IL TERRITORIO – La dottoressa Liberati rappresenta ormai uno degli ultimi presìdi di una sanità territoriale che, pur tra limiti e difficoltà, continua ad assicurare presenza, continuità e aiuto concreto alle comunità dell’area interna e montana.

«Il quadro territoriale spiega molto — osserva — In passato Comunanza contava tre medici convenzionati stabilmente presenti, un ospedale pienamente funzionante nella vicina Amandola e un poliambulatorio capace di offrire prestazioni certe e continuative. Oggi la situazione è radicalmente diversa: il territorio vive una progressiva desertificazione sanitaria, mentre la struttura di Amandola è ridotta a Rsa e punto di primo soccorso».

 

«Anche sul piano operativo i medici lavorano in condizioni sempre più difficili: il portale Cure Primarie, utile per consultare analisi e referti, è stato dismesso; il Fascicolo sanitario elettronico non appare efficace; gli specialisti diminuiscono e l’assistenza regge soprattutto grazie allo spirito di sacrificio dei pochi operatori rimasti – conclude la dottoressa -. La telemedicina, più volte evocata come soluzione, fatica ancora a tradursi in risposte concrete nei territori. In questo contesto, il nodo non è mettere in discussione l’esigenza di appropriatezza prescrittiva, ma evitare che il peso delle disfunzioni del sistema venga scaricato su chi continua a garantire cure e prossimità».


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