Ascoli, non è stata un’avventura

SERIE C - Dal cambio di marcia della nuova proprietà al progetto tecnico del duo Patti-Tomei, passando per uno spogliatoio magico e per un pubblico trascinante. Tanti gli ingredienti che hanno generato la scintilla decisiva per la cavalcata verso la B, ma su tutti ci sono la chiarezza e la forza delle idee
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Alcuni momenti della trionfale stagione dell’Ascoli

 

di Salvatore Mastropietro

 

31 maggio 2018. Ascoli-Virtus Entella, gara di ritorno dei playout di Serie B. Dopo lo 0-0 dell’andata, un altro pari a reti bianche permise al Picchio di mantenere la categoria. Più che della gioia per la salvezza e della memorabile invasione di campo successiva al fischio finale, di quella sera ricordo particolarmente un altro episodio. Già nel riscaldamento i circa 11.000 presenti iniziarono a far tremare i gradoni del “Del Duca”, con Curva Sud e Curva Nord – riservata ai tifosi bianconeri in quell’occasione – a scandire i vari cori come in un botta e risposta.

L’invasione di campo in Ascoli-Entella del maggio 2018

 

Nell’osservare la scena, il direttore Andrea Ferretti si girò verso di me, sconosciuto aspirante giornalista appena 19enne molto più a suo agio fino a quel momento sui gradoni della Curva piuttosto che sui banchetti della Tribuna Stampa. Nell’ambito di un discorso sul possibile cambio di proprietà che si sarebbe verificato di lì a poco mi disse una frase, indicando lo stadio esaurito in ogni ordine di posto, che suonava più o meno così con i dovuti aggiustamenti (mi perdonerà Andrea per la “licenza poetica”, spero): «Questa è la vera ricchezza a cui dovrebbero pensare presidenti e dirigenti. Una cosa del genere potrebbe accadere tutte le domeniche, ci vuole solo una scintilla».

 

Ho sempre parzialmente dubitato che ciò potesse verificarsi, almeno nelle categorie che avevo conosciuto fino a quel momento. Questo per vari motivi, tutti indipendenti dalla specificità del popolo del Picchio che ha comunque sempre dimostrato un attaccamento e un’identità fuori dal comune. Tuttavia, nell’epoca delle pay tv, di un calcio soggetto a una progressiva perdita di rilevanza a livello nazionale, di un bacino di utenza comunque ridotto rispetto a tante altre piazze superare i 9-10-11 mila spettatori con continuità (e in situazioni “normali”) è un’impresa piuttosto ardua.

I tifosi del Picchio

 

A quella scintilla, comunque, ho sempre pensato ciclicamente. Ad esempio, nell’avvio di campionato che catapultò l’Ascoli di Zanetti ai piani alti della classifica per la prima volta dopo anni nel 2019. Oppure, subito dopo la riapertura a pieno regime degli stadi post pandemia, al termine della stagione 2021-2022 culminata con l’approdo ai playoff per la A dell’Ascoli di Sottil. O ancora, quasi paradossalmente, anche nella forza della disperazione della maledetta annata 2023-2024 e di un “Del Duca” ultimo ad arrendersi alla retrocessione in C dopo nove anni di cadetteria.

 

La prima volta in cui mi è venuto da dire «ecco, forse l’ho trovata», però, è stata in Ascoli-Juventus Next Gen, seconda partita casalinga di questa già celebre stagione. E quella convinzione è andata via via rafforzandosi, fino ad arrivare alle incredibili emozioni vissute negli ultimi mesi e, in particolare, nei playoff. A cosa sia stato dovuto lo scoppio di questa scintilla? Non è semplice dirlo. Forse alla reazione del popolo bianconero e alla voglia di tornare ad emozionarsi dopo un paio tra le annate più buie della storia recente? Forse alla fiducia ispirata fin da subito dalla nuova proprietà della famiglia Passeri? Forse a una squadra, costruita grazie al lavoro del duo Tomei-Patti, che fin dalle prime uscite amichevoli aveva fatto scorgere un qualcosa di diverso?

Bernardino e Andrea Passeri (foto Ascoli Calcio)

 

Tutte queste risposte sono probabilmente corrette. Ma volendo provare a trovare un filo conduttore tra tutto ciò che ha contribuito a un’annata così magica, è possibile ridurre tutto a due elementi: la chiarezza e la forza delle idee.

 

Nell’ambiente bianconero ci si era abituati a comunicazioni contraddittorie, scelte tecniche discutibili e, soprattutto, una sensazione diffusa di navigare a vista senza una rotta precisa. In questo contesto, la conferenza stampa di presentazione del 1° luglio della nuova proprietà aveva colpito e – fatto tutt’altro che scontato – si è poi rivelata ancora attuale e rispettata a distanza di quasi un anno. Non è un dettaglio da poco, in un’era in cui qualsiasi comunicazione rischia di diventare obsoleta nel giro di poche ore.

 

Se c’è un merito da ascrivere a Bernardino e Andrea Passeri è proprio l’aver costruito una struttura snella, con confini e responsabilità chiare, in cui nessuno si è mai discostato dal percorso inizialmente disegnato. Senza sovrapposizioni, senza ingerenze, senza entropia inutile. Il lavoro da fare è ancora tanto, a partire dal risanamento dei conti avviato nell’ultimo anno, ma la strada intrapresa è promettente.

Matteo Patti e Francesco Tomei durante la conferenza stampa di presentazione della scorsa estate

 

Quella chiarezza ha trovato poi in Matteo Patti e Francesco Tomei le figure perfette per trasporla sul campo. E qui mi sia concessa una parentesi su un luogo comune spesso risuonato nell’ambiente bianconero e che, si spera, questa stagione abbia sepolto definitivamente: quello secondo cui Ascoli non fosse fatta per il bel calcio, ma solo per un gioco basato su lotta e immancabile rraja. Tomei ha spazzato via quel pregiudizio, portando una squadra costruita in poche settimane a giocare un calcio riconoscibile, propositivo e bello da vedere (ma non per questo non efficace).

 

Ci sarebbe poi da dilungarsi sulle qualità umane, tecniche e caratteriali di un gruppo – passeranno alla storia come “Incredibili” o “Diabolici 2.0”? – che ha fatto innamorare una piazza intera. Ma sono tutte questioni che su queste pagine abbiamo trattato in maniera piuttosto diffusa nel corso degli ultimi mesi e che lo stesso Tomei ha rimarcato a gran voce ben prima della finalissima col Brescia.

Abbraccio finale dopo Ascoli -Brescia (foto Giorgi)

 

Adesso viene la parte più difficile. Non la Serie B in sé, ma mantenere viva quella scintilla richiamata in precedenza. La storia recente del calcio italiano è piena di piazze che hanno vissuto stagioni magiche salvo poi disperdere tutto nel giro di poco: per via di scelte sbagliate, di aspettative mal gestite, di entusiasmi trasformati in pretese. Ascoli non è immune da questo rischio, anzi: lo conosce bene, avendolo vissuto anche in prima persona. La differenza, questa volta, è che gli ingredienti per evitarlo ci sono tutti.

 

La speranza, quindi, è che la marea bianconera che ha travolto questi playoff possa ripetersi anche al piano superiore. E che la scintilla, alimentata settimana dopo settimana fino al boato finale del “Del Duca”, continui a bruciare. Gli ingredienti per farlo ci sono: la chiarezza e la forza delle idee. Perché questa promozione, per citare il classico della canzone italiana divenuto l’inno della cavalcata verso la B, non è stata un’avventura.


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