Sulla vicenda di Forza Italia Marche, di seguito la lettera dell’avvocato sambenedettese Massimiliano Castagna, già candidato nel 2021 al consiglio comunale di San Benedetto nella lista di Forza Italia a sostegno dell’allora sindaco uscente Pasqualino Piunti ed esponente politico.

Massimiliano Castagna
«Parlo con amarezza, ma anche con la libertà di chi ha creduto davvero nel progetto originario di Forza Italia fin dalla sua nascita. Sono stato iscritto al partito nei momenti iniziali della sua fondazione, quando rappresentava una novità autentica nel panorama politico italiano: un movimento liberale, aperto, meritocratico, vicino ai territori, alle professioni, alle imprese e ai cittadini.
Oggi, però, è doveroso interrogarsi con onestà sul fatto che quel patrimonio ideale appaia profondamente smarrito. E non è un caso se sempre più persone siano stanche della politica e si allontanino dalla partecipazione democratica.
Nelle Marche è ormai evidente un disagio politico reale e diffuso all’interno di Forza Italia, che non può essere ignorato né minimizzato. Le richieste di rinvio del congresso regionale, le contestazioni sulle modalità di gestione, le tensioni territoriali, il senso di esclusione manifestato da dirigenti e amministratori locali e le critiche sul rispetto delle regole interne rappresentano manifestazioni legittime di dissenso politico che meritano ascolto e rispetto.
Quando all’interno di un partito si arriva a un clima di forte contrapposizione interna, con amministratori e dirigenti che dichiarano apertamente il proprio disagio rispetto alla gestione politica regionale, significa che esiste un problema politico serio, che non può essere liquidato come semplice polemica.
Troppo spesso le Marche sono state considerate non come una comunità politica autonoma e radicata, ma come un territorio da amministrare attraverso dirigenti scelti secondo logiche romane e dinamiche estranee alla reale espressione del territorio marchigiano. È una logica antica: nell’Impero romano i governatori venivano inviati nelle province per garantire fedeltà al centro e consolidare assetti di potere. Ma forse, nel 2026, un partito che si definisce liberale e democratico dovrebbe interrogarsi seriamente sulla compatibilità di questo metodo con i principi della rappresentanza e della partecipazione.
Le Marche non possono essere considerate una semplice tappa di passaggio o il luogo nel quale costruire candidature politiche future. Un territorio merita una classe dirigente che nasca dal confronto interno, dalla militanza, dall’ascolto degli amministratori locali e dalla conoscenza concreta delle problematiche economiche e sociali della regione.
La verità è che molti cittadini percepiscono ormai una politica autoreferenziale, nella quale spesso gli stessi soggetti rimangono stabilmente a galla grazie a meccanismi interni, logiche di appartenenza e sistemi elettorali che finiscono per favorire la conservazione del potere più che il reale rinnovamento della classe dirigente.
Ed è proprio in questo contesto che il congresso regionale di oggi assume un significato politico che va ben oltre la semplice organizzazione interna del partito. Un congresso dovrebbe essere il luogo del confronto, della partecipazione, della sintesi democratica e della libera competizione delle idee. Ma quando attorno al congresso emergono contestazioni così forti, richieste di rinvio, accuse sul mancato rispetto delle regole e la percezione diffusa di candidature già blindate, è inevitabile che molti iscritti lo vedano non come un autentico momento democratico, ma come uno strumento finalizzato soprattutto a consolidare assetti politici già definiti e future candidature elettorali.
Molti iscritti e cittadini hanno la percezione che decisioni fondamentali vengano assunte altrove e semplicemente ratificate nei territori. Ed è proprio questa sensazione ad alimentare distacco, sfiducia e crescente disaffezione verso la politica.
Il problema non è soltanto generazionale, anche se un ricambio della classe dirigente appare ormai indispensabile. Il nodo riguarda soprattutto i metodi, le dinamiche interne e quelle consuete furbizie politiche che da anni alimentano sfiducia e disillusione nei cittadini.
La politica non può diventare una professione ben retribuita esercitata da pochi professionisti del consenso, spesso più impegnati a conservare il proprio ruolo che a rappresentare davvero gli interessi delle comunità e dei territori.
Un vero partito liberale e democratico non teme il dissenso, non marginalizza il pluralismo e non considera le regioni semplici periferie funzionali alle strategie del centro. Al contrario, valorizza il merito, il radicamento territoriale, il confronto aperto e la libera competizione delle idee.
Se non si recuperano credibilità, partecipazione reale, trasparenza e meritocrazia, il rischio concreto è che la politica continui progressivamente a perdere il rapporto con la società reale.
Ed è forse proprio questo il tema più grave sul quale oggi bisognerebbe avere il coraggio di riflettere».
Forza Italia alla ricerca del punto di equilibrio e tra autonomia e coalizione
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