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Missione: stanare il Coronavirus
Tra tamponi e test sierologici,
ecco il laboratorio
diretto da Antonio Fortunato

EMERGENZA COVID19 - Il direttore del laboratorio di Biologia Molecolare del "Mazzoni" di Ascoli dove, dal 12 marzo, sono stati esaminati oltre 10.000 campioni: «Merito di una strumentazione all'avanguardia e dell'armonia che regna nel gruppo di lavoro, in un settore che richiede un'alta specialità». Ecco il manipolo di professionisti che ha contribuito a contenere i contagi nel Piceno
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L’equipe del laboratorio di Biologia Molecolare del “Mazzoni” di Ascoli: il direttore Antonio Fortunato, il biologo Luigi Pianese, i tecnici Federica Capanna, Marzia Grazioli e Paola Gaspari

di Maria Nerina Galiè

Tamponi o test sierologici che siano, la missione è una sola: stanare il Coronavirus. Per poi poterlo isolare impedendo che faccia altri danni. In prima linea in questa lotta ci sono, senza ombra di dubbio, il direttore, il biologo e i tre tecnici del laboratorio di Biologia Molecolare dell’ospedale “Mazzoni” di Ascoli.

Nell’ordine, Antonio Fortunato, Luigi Pianese, Federica Capanna, Marzia Grazioli e Paola Gaspari.

Dal 12 marzo, cioè da quando il laboratorio ascolano è stato autorizzato, hanno ricercato il Sars Cov 2 in oltre 10.000 campioni e contribuito a contenere il contagio nel Piceno, la provincia meno colpita nelle Marche.

Il dottor Antonio Fortunato

«Merito di una strumentazione all’avanguardia e dell’armonia che regna nel gruppo di lavoro, in un settore che richiede un’alta specialità», ha sottolineato il direttore che, insieme con la sua equipe, ora si prepara ad una nuova sfida, la ricerca degli anticorpi attraverso i test sierologici.

Strumentazione e reagenti per fare indagini a ritmo di 100 ogni ora su 6.000 persone, per cominciare, sono già a disposizione del laboratorio che si sta organizzando dal punto di vista operativo. Lo screening partirà all’inizio della prossima settimana.

A fare la differenza nel vedere il Piceno posizionarsi all’ultimo posto in regione per numero dei contagi c’è un macchinario all’avanguardia, il Cobas 6800, in grado di lavorare a carica continua e che, accompagnato da un altro più piccolo che va caricato di 12 test alla volta, ha dato risposte efficaci all’Area Vasta 5 e aiutato a darne nel resto delle Marche. Al “Mazzoni” vengono esaminati test anche per l’Area Vasta 3  e 4.

In questo ha inciso la lungimiranza del dottor Fortunato, nato a San Benedetto ma cresciuto nel Veneto dove ha portato avanti la sua carriera fino a voler tentare l’avventura ad Ascoli, iniziata nell’estate 2016.

Appena arrivato Fortunato ha visto, nel servizio che gli era stato affidato, le potenzialità per «poterlo proiettare nel futuro –  ha detto – rendendolo più efficiente anche con l’acquisto di nuove strumentazioni».

Il dottor Pianese, il dottor Fortunato e il tecnico Federica Capanna

Mai avrebbe immaginato che invece lo avrebbe inserito a pieno titolo nella storia.

Prima del Coronavirus oltre al laboratorio di biologia molecolare il direttore aveva ammodernato anche quello di microbiologia e riferisce di una gara d’appalto in corso, Coronavirus permettendo, per nuovi strumenti e ristrutturazione dei locali di entrambi i laboratori.

«Quando si è attivato il primo focolaio importante ad Ascoli (il 55enne dipendente del Comune, ndr), ancora non utilizzavamo la Cobas 6800. Ma con il solo macchinario più piccolo abbiamo fatto esami a raffica sull’enorme rete di contatti che il servizio Igiene e Sanità Pubblica dell’Area Vasta 5 è riuscito ad isolare subito. Claudio Angelini (il direttore del Sisp, ndr) in quei giorni faceva centinaia di chiamate».

Tamponi e test sierologici, come funzionano e qual è la differenza?

«I primi ci danno una risposta qualitativa. Ci dicono se il virus c’è o non c’è. Si immerge il tampone, nel quale è stato raccolto il materiale biologico prelevato, in un liquido per ottenere l’Rna  dove poi si andrà a cercare traccia del virus. Considerata la specificità della ricerca, che è come cercare una persona dall’impronta digitale, il margine di errore è bassissimo. Se il risultato è positivo, è certo. Se è negativo resta il dubbio che la carica virale è ancora troppo bassa per essere rilevata».

I tamponi agli asintomatici quindi possono essere inutili?

«Siamo in un campo del tutto nuovo, dove l’esperienza viene maturata sul campo e si aggiusta il tiro giorno dopo giorno. Ancora abbiamo troppi pochi elementi per fare affermazioni in un senso o  nell’altro».

I tecnici Marzia Grazioli e Paola Gaspari

Dottore, ci parli allora dei test sierologici.

«Consistono in un prelievo del sangue e danno una risposta quantitativa. Ci dicono cioè in che quantità si sono sviluppati anticorpi contro il Sars Cov 2. Lì il problema sta nel fatto che la ricerca ci da una risposta su una finestra temporale di 10-15 giorni. Se gli anticorpi ci sono vuol dire che il soggetto analizzato è stato in contatto con il virus 10-15 giorni precedenti al prelievo di sangue. Se c’è stato contatto, ad esempio, 5 giorni prima di sottoporsi al test gli anticorpi non si sono ancora sviluppati, mentre la malattia si. Oppure, la presenza degli anticorpi sta a dire che c’è stato un contatto con il virus e l’organismo ha reagito. Ma non è detto che il soggetto ha sviluppato la malattia e che è positivo e contagioso. Qui deve intervenire il tampone. Però l’esame è un elemento importante per saperne di più sull’immunità, campo ancora tutto da esplorare».



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