Si terrà questa sera al cinema Odeon di Ascoli Piceno la presentazione del documentario “142 secondi – il battito della Terra”, opera selezionata al prestigioso Trento Film Festival, tra i più importanti al mondo quando si parla di film di montagna. A tal proposito, oggi pomeriggio erano presenti a Radio FM 1, il presidente della Fondazione Marche Cultura – Marche Film Commission, Andrea Agostini e l’autore del documentario, Simone Alessandrini.
Agostini, reduce dal Festival di Cannes, ha raccontato l’esperienza al festival francese oltre ovviamente ad introdurre Simone Alessandrini e la sua opera. «Gli ultimi quattro sono stati anni di crescita nei rapporti e nelle relazioni. Per la prima volta abbiamo avuto contatti con produzioni francesi. Una soddisfazione farci conoscere anche all’estero. Finalmente oggi le Marche vengono raccontate, un elemento importantissimo per farci conoscere al di fuori dai nostri confini. Il documentario “142 secondi – il battito della Terra”, oltre ad essere ben fatto, racconta chi siamo, l’identità marchigiana, la forza di resilienza di chi ha deciso di investire e restare nella nostra montagna, nonostante le ferite del terremoto. Averlo portato al Trento Film Festival, significa aver avuto una vetrina davvero di livello internazionale».
Un documentario che non parla solo del terremoto, ma anche dell’identità di chi abita la montagna e più in generale dei marchigiani.
«Quelle montagne le vivo quotidianamente. Ho visto che ora ormai se ne parla poco e più per il terremoto in sé che per la vita quotidiana. Ho scelto quindi di raccontare la mia gente e la mia zona, quella di Arquata. Ho trovato le storie di tante persone che hanno scelto di restare per amore di quei luoghi – racconta Alessandrini – la mia passione per la montagna nasce dalla famiglia, poi l’ho coltivata da solo andando a raccontare anche la montagna meno conosciuta, che ti insegna il valore del tempo, perché lì tutto rallenta. Soprattutto ti insegna il tuo posto nel mondo, è una palestra di umiltà. Il documentario nasce da una mia idea, poi condivisa con l’amico e giornalista Gian Luca Gasca. Avevo il desiderio di approfondire il tema di Arquata oggi. Abbiamo cercato di realizzare un documentario senza concentrarci troppo sul dolore, senza essere sensazionalisti. Abbiamo cercato di focalizzarci sulla resilienza degli abitanti della montagna. Tanti sono coloro che dopo essere stati delocalizzati lungo la costa, hanno deciso di tornare in quei luoghi, perché pur nella difficoltà si sentivano a casa. Dopo aver scritto il soggetto originale, l’abbiamo presentato ad alcune aziende di attrezzature per la montagna, che ci hanno supportato, così come il Festival dell’Appennino».
Un titolo intenso, che racconta quei lunghi istanti in cui le viscere della terra hanno scosso le vite dell’Appennino centrale e non solo.
«Il titolo nasce durante le interviste, quei 142 secondi sono la durata di una ripresa di una telecamere di videosorveglianza durante il terremoto. Il battito della terra, perché alla fine il terremoto è un po’ come il battito del cuore per la terra. Tanti sono i passaggi che mi hanno colpito durante le varie interviste. Molte delle persone ascoltate le conosco e dunque non era facile rimanere impassibili mentre raccontavano quei momenti».
Un documentario accompagnato al Trento Film Festival anche da una mostra fotografica che racconta il terremoto con gli scatti di Marco Della Pasqua, fotografo romagnolo arrivato in quei giorni nelle Marche con un amico della Croce Rossa. L’altro punto di vista invece è del fotografo Pierluigi Giorgi, che aveva casa a Piedilama e che nell’immediatezza del terremoto si è recato nella frazione per soccorrere i genitori. Due storie che si uniscono e permettono al documentario di raccontare l’immediatezza di quei giorni.
«Nel documentario abbiamo fatto molto uso delle immagini del periodo del terremoto. Le fotografie dell’epoca sono in bianco e nero, a fianco abbiamo messo quelle a colori di oggi. L’organizzazione del festival ci ha chiesto se quelle immagini utilizzate per il video potessimo anche esporle. La mostra ha messo in luce tante sfaccettature e realtà che sono state colpite dal terremoto e che in molti, ancora oggi, ignoravano».
Matteo Achilli
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