Candidatura di Diprè: che dire? Se in democrazia “uno vale uno”…c’è poco da stupirsi

POLITICA - Sono molte le critiche rivolte al candidato sindaco di Fermo. Critiche anche da chi si definisce progressista su diritti civili e inclusione ma fa, incoerentemente, il moralista e conservatore. Questa candidatura (che anche io non apprezzo) non rientra in un sistema democratico per il quale “uno vale uno”? Quel sistema grazie al quale tutti hanno votato per il referendum sulla giustizia senza averne competenza? Non dico di certo che la democrazia sia inutile ma possiamo iniziare a parlare di distorsioni della democrazia?
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di Nunzia Eleuteri

 

Da giorni leggo articoli e commenti di contestazione sulla candidatura di un certo Diprè a Fermo.

 

Dico “certo” perché personalmente non so nemmeno chi sia e non ho voluto nemmeno fare una ricerca approfondita. Ammetto tutta la mia ignoranza ma, da quel poco che ho capito, in questo caso, della mia ignoranza ne posso fare un vanto: si vede che questa persona non ha mai catturato il mio interesse.

 

Ho quindi sentito parlare di Diprè e addirittura di dipreismo solo in questi giorni leggendo i giornali locali che hanno, loro malgrado, il compito di raccontare cosa accade in un territorio (anche se spesso vorrebbero risparmiarsi la fatica e la responsabilità di farlo; sia chiaro a chi pensa che lo si faccia per acchiappare clic!). E mi sono stupita non poco del fatto che i suoi articoli facessero molte letture. Non riuscivo a capacitarmi. Se un giornalista si cimenta in un articolo di fondo, di riflessione o approfondimento, ottiene qualche centinaio di letture ma se si scrive di Diprè ne arrivano decine di migliaia. Che dire? È semplicemente lo specchio della società in cui viviamo e di questo dovremmo essere veramente scandalizzati, non del fatto che un Diprè qualsiasi abbia scelto di candidarsi a Fermo (anche se non se ne capisce il motivo).

 

In tutta onestà, oltre alla sua presenza sul nostro territorio, sono rimasta meravigliata anche dalla contestazione che ho letto da parte di molte persone che si definiscono progressiste su diritti civili e inclusione ma poi sono moraliste, rigide e conservatrici nelle dinamiche di potere e competizione. Insomma, un po’ di coerenza tra il dire e il fare ci starebbe bene…

 

Questa candidatura (che sia chiaro, non è apprezzata certamente nemmeno da me) non è forse il risultato di un sistema democratico per il quale “uno vale uno”? Quel sistema per il quale tutti, indistintamente dalla competenza e dall’approfondimento, hanno votato per il referendum sulla giustizia? Perché stupirsi quindi della candidatura di Diprè?

 

Abbiamo avuto (e abbiamo) parlamentari ed esponenti politici di ogni genere (pornostar e persone dichiaratamente vergini, condannati e persone integerrime, drogati e salutisti, perbenisti e finti perbenisti, sposati e divorziati, cattolici e atei, altruisti e approfittatori, esperti ed incompetenti, colti ed ignoranti…).

 

Insomma, abbiamo tutto e il contrario di tutto perché il principio democratico assegna a ogni cittadino lo stesso peso politico, indipendentemente da competenze o responsabilità. Uno vale uno. In cabina elettorale, il voto di un esperto vale quanto quello di chi non ha strumenti per valutare (e il recente referendum è stata la prova delle prove). E guai a parlare di merito! Chi lo fa, viene accusato di essere elitario! Mi è capitato un’infinità di volte!

 

È così difficile ammettere che senza criteri di selezione, le classi dirigenti si indeboliscono? Se ogni distinzione è vista come ingiustizia, il merito diventa un tabù. E c’è una domanda che dovremmo farci. Anzi più d’una. La democrazia garantisce davvero pari opportunità o solo pari voce? La democrazia è giustizia o rinuncia alla qualità della decisione?

 

Il rischio non è l’uguaglianza in sé, ma il fatto che la democrazia non distingue tra competenza e incompetenza nelle decisioni collettive. E questo porta verso un altro rischio, quello della “tirannia della maggioranza” (per citare Tocqueville) perché non sempre la maggioranza produce decisioni migliori.

 

La democrazia in sé presenta non poche contraddizioni: l’uguaglianza formale perde di vista la disuguaglianza reale, l’inclusione non tiene conto della selezione, il consenso non considera la competenza né il merito, i diritti si fanno beffa delle responsabilità…

 

Ora io non dico che la democrazia sia inutile (non lo penso di certo) ma possiamo iniziare a parlare di distorsioni della democrazia?  Possiamo cercare delle soluzioni intelligenti per migliorare la nostra rappresentanza politica? Lo si può fare in un’Italia che considera la Costituzione intoccabile laddove persino i padri costituenti ne hanno previsto percorsi democratici di cambiamento?

 

Perché se non si capisce che il mondo e le sue necessità cambiano, resteremo sempre indietro e continueremo a correre il rischio di mettere in mano agli incapaci decisioni così importanti che possono (nella migliore delle ipotesi) lasciarci solo in una situazione anacronistica o, peggio, deleteria per la società civile che non potrà che regredire.

 

E vi lascio con una domanda ma che vuol essere una riflessione: una società sempre più complessa può essere guidata solo dal consenso e dalla comunicazione più che dalla competenza?


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