Dalla rissa con equivoco al polso rotto di Giusti (che vinse): «La Quintana? È una “malattia” che cura»

ASCOLI - Racconti e aneddoti di Francesco Mazzocchi, console di Porta Tufilla, raccolti da Antonio Pantanelli, studente del liceo classico "Stabili" e vincitore del premio giornalistico intitolato a Bruno e Andrea Ferretti. Il biennio '68-'69 e le mitiche giostre in bianco e nero: «L'intervento del medico-stregone "Scelbino" rimise in piedi il cavaliere con un'iniezione di novocaina. Le botte con Solestà scambiate dal pubblico per una messa in scena»
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di Antonio Pantanelli *

 

«La Quintana, una malattia che cura».

 

Questa è la definizione di Quintana che il console del sestiere di Porta Tufilla, Francesco Mazzocchi, ci ha rilasciato durante un’intervista. La prima edizione della Quintana ascolana viene realizzata nel 1955, un anno dopo la nascita di Francesco e a pochi anni di distanza dalla quintana di Foligno. Coloro che introdussero nella città di Ascoli questa tradizione appartenevano al cosiddetto “Senato” del Meletti: nel caffè infatti si riunivano i maggiorenti della città. Tutto partì con una ricerca negli statuti civici da cui emerse che in città, intorno al 1300, si correva il Palio. Questo fu il pretesto che permise loro di organizzare la celebre giostra.

Una delle immagini più iconiche del “Senato” del Caffè Meletti

 

Inizialmente però non tutti e sei i sestieri presero parte all’iniziativa: Piazzarola e Porta Romana decisero di non partecipare. Fatto sta che la prima edizione fu vinta proprio da Porta Tufilla. Ciò fece sì che nell’arena Squarcia per molti anni vi fosse una riproduzione in carta pesta di Porta Tufilla in scala reale. Questa è stata, come ricorda il console, sfondo di due delle più mistiche ed emozionanti vittorie del sestiere: quelle del 1968 e del 1969. È esattamente così che il Mazzocchi le descrive, visti gli eventi straordinari che le hanno caratterizzate e avendole vissute lui con gli occhi di un ragazzino.

 

Entrambe le edizioni vedono come rivali e protagonisti assoluti i due sestieri di Porta Solestà e Porta Tufilla con i cavalieri Marcello Formica per il primo e Paolo Giusti per il secondo, due dei più grandi del tempo.

 

«Come l’Innocenzi e il Gubbini di oggi – dice il console-  seppur non fossero di Ascoli ma venissero da Foligno. Già dopo la straordinaria giostra delle Olimpiadi di Roma del ’60, la sete di vittoria diede inizio a questa “invasione” da parte dei “forestieri” che comunque continua ancora oggi».

Il console di Tufilla Mazzocchi

 

Nella gara del ’68 i tufillanti conquistarono la vittoria in modo assai inaspettato. Quell’anno il cavallo del Formica, nel percorrere il tracciato, uscì dalla pista lasciandone traccia con i segni degli zoccoli sul terreno. Allora non c’erano strumenti sofisticati che controllassero la corretta percorrenza del cavallo come oggi, per cui il caposestiere di Tufilla, non appena notata l’irregolarità, si gettò nel campo e si piazzò proprio all’altezza delle orme del cavallo avversario. Iniziò ad urlare a gran voce di accorrere per constatare l’infrazione ma immediatamente i figuranti di Porta Solestà, accortisi anche loro del fuoripista, cominciarono in tutti i modi a cercare di nascondere le tracce.

 

Nell’arena “Squarcia” scoppiò il caos. Proprio sotto la riproduzione di Porta Tufilla, dalle tribune dei figuranti, i rappresentanti delle due fazioni alimentarono una rissa che, nata con degli insulti, degenerò non solo fino all’uso delle mani ma addirittura anche delle bandiere che si lanciavano da una parte all’altra delle tribune.

 

Quella che però il Mazzocchi definisce come «la cosa più strana e magica al tempo stesso» fu che il pubblico, a sua detta composto anche da molti spettatori non ascolani, interpretò la scena non tanto come una rissa quanto più come una messa in scena, uno spettacolo realizzato appositamente per la giostra. Per questo motivo tanti scoppiarono in un fragoroso applauso pure soddisfatti di ciò a cui avevano assistito. In seguito l’irregolarità da parte di Formica fu riconosciuta e la vittoria andò così a Draghetto, il cavallo di Giusti, a Paolo Giusti e ovviamente a Porta Tufilla.

 

Anche l’anno successivo Paolo Giusti gareggiò con il suo fedele Draghetto. «Come suo solito arrivò ad Ascoli tre o quattro giorni prima dell’evento insieme alla sorella da Foligno a bordo della sua Ferrari Dino gialla e questo è un dettaglio assolutamente non trascurabile», dice ridendo il console.

Un’immagine d’epoca della tribuna dello “Squarcia”

 

La Quintana del ’69 iniziò però per Porta Tufilla e per gli altri sestieri con un gran colpo di scena. Il nostro gran cavaliere, infatti, alla prima tornata arrivò al bersaglio con una potenza ed una velocità tale che quest’ultimo si spezzò. Quintana interrotta. Tutto fermo.

 

Fortunatamente, in previsione di episodi simili, c’era il camioncino dell’attrezzatura che in breve tempo riuscì a risistemare il Moro (il
bersaglio). L’impatto del colpo, però, non aveva lasciato esattamente illeso Giusti che difatti si ritrovò con il polso rotto. Interviene proprio in questo momento di grande confusione colui che dal Mazzocchi viene chiamato lo stregone: il dottor De Vigentis (conosciuto anche col soprannome di “Scelbino”). Questi, che aveva servito come infermiere di guerra nella seconda guerra mondiale, aveva una certa esperienza con ogni sorta di medicazione. Anche per questo fu chiamato non solo in occasione della Quintana ma anche da alcuni allenatori dell’Ascoli Calcio come medico di campo.

 

Fatto sta che la Quintana per Porta Tufilla non poteva finire con la delusione dei suoi tifosi e di tutti i figuranti, per cui il dottor Scelbino, pronto ad ogni evenienza, fece «una grande iniezione di novocaina» a Giusti. Così, una volta rimesso a posto il bersaglio, il cavaliere rientrò in gara e la concluse con una meravigliosa vittoria.

 

«Probabilmente però, a guidare l’auto per il ritorno non fu Giusti, ma la sorella. Lui, una volta tornato a Foligno, fu ricoverato venti giorni in ospedale col polso rotto», racconta poi il console.

Paolo Giusti

 

È così che si conclude il glorioso biennio per Porta Tufilla anche se la rivalità tra i sestieri non vedrà mai il suo tramonto, tantoché la stessa Porta Solestà raggiungerà la vittoria nell’edizione successiva, quella del 1970 con Marcello Formica e il suo cavallo Stellina.

 

Al di là della “semplice” rivalità tra sestieri c’è qualcosa nella Quintana di Ascoli che per il console Mazzocchi vale ancor di più. È lo spirito stesso della Quintana che anima la giostra e tutti i suoi partecipanti. Ho dunque cercato di comprenderlo attraverso la memoria e la vita quotidiana di una persona che nasce con lo stesso, che vive in prima persona da oltre sessanta anni l’ambiente, la storia e la celebrazione di un evento per gli ascolani così sentito e amato in tutti i suoi aspetti. Ma soprattutto di una persona che grazie a quella esperienza nutrita nel corso degli anni ha anche permesso l’evoluzione della Quintana stessa e della vita delle persone ad essa legata.

 

Segue dunque, in conclusione, la Quintana del console Francesco Mazzocchi.

 

«C’era un ragazzo che faceva il tamburino a Porta Romana, che morì all’improvviso – continua Mazzocchi -. Una di quelle morti inspiegabili di ragazzi giovani. Questo ragazzo diceva che “la Quintana è una malattia, però fa bene”. In che senso? Che è una sana passione che va coltivata. Anche perché racchiude valori positivi come l’appartenenza, lo stare insieme, la comunità. Anche con qualche eccesso (è capitato purtroppo che la goliardia sia sfociata in atti violenti), per cui è… una passionaccia! Ma va coltivata perché, al di là della valenza esteriore, è bella la giostra che ti fa stare col fiato sospeso, è bello il corteo perché c’è partecipazione ed una sentita interazione».

 

«Diciamo pure che la maggior parte dei partecipanti s’immedesima nel personaggio che rappresenta quando fa la Quintana – conclude -. Credo che questa immedesimazione sia il messaggio più bello di appartenenza alla città insieme alla volontà di rappresentarla al meglio. E dietro l’aspetto più evidente c’è la concretezza della preparazione, nello stare quasi tutti i giorni all’interno dei sestieri a cercare nuove idee, mantenendo quello che c’è di buono e a cercar di cambiare quello che va corretto. Per dare sempre un contributo. E questo, finché rimanda alla passione e al bene comune per la città, è sempre una bella cosa. All’interno del sestiere poi si agisce sempre in gruppo: ci si dà appuntamento e ci si guarda negli occhi per decidere cosa fare. Questa è la vita della Quintana».

 

 

* studente del 4° B del liceo classico “Stabili – Trebbiani”, vincitore del premio “Bruno e Andrea Ferretti” – sezione Quintana 

 

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